Team building – Beach Volley MAS

Team building – Beach Volley MAS

In MAS noi consulenti in ambito gestionale, direzionale e tecnologico, lavoramo spesso per progetti, di solito anche molti contemporaneamente, costruendo relazioni con soggetti differenti, collaboratori, manager, e facendo parte di numerosi team di lavoro. Talvolta anche la conoscenza dei propri colleghi è superficiale e, con lo smart-working, anche solo virtuale. Le nuove tecnologie oggi aiutano molto l’interazione, ma in quanto a tener saldi i rapporti interpersonali all’interno di attività mutevoli e frammentate, ad ottimizzare il lavoro di gruppo in maniera solida ed efficace, possono aiutare le attività di team building.

Utilizzato nell’ambito delle risorse umane, team building è un temine che racchiude un insieme di attività formative, variamente declinate come team game, team experience, team wellbeing, il cui scopo è sedimentare rapporti di collaborazione, conoscenza reciproca, fiducia e lavoro di squadra all’interno di un gruppo di colleghi.

La creazione di un buon team di lavoro è infatti importante per tutte le aziende. Immersi in un ambiente comune, spesso con degli obiettivi da raggiungere collettivamente, e incaricati di svolgere delle attività divertenti da cui emergono però valori condivisi, aiuto reciproco e collaborazione, i partecipanti possono migliorare ed aumentare le performance del team mediante delle prove svolte in contesto informale e privo delle consuetudini tipiche del posto di lavoro.

A questo scopo, noi di MAS Management Network abbiamo deciso di organizzare una serata di beach volley aziendale. Le persone con esperienza pregressa nel gioco della pallavolo hanno così potuto sfoderare le loro doti di leadership assumendo il ruolo di coach ed istruendo così il team. Dopo un allenamento di base, sono state formate due squadre e la sfida ha avuto inizio. La competizione si è comunque svolta in atmosfera amichevole e rilassata, culminata nel ritrovo finale a cena per un terzo tempo aziendale alternativo ai soliti aperitivi.

Una serata all’aria aperta in cui i consulenti MAS hanno imparato a conoscersi meglio, a lavorare in gruppo in modo più unito ed a metter in pratica i rudimenti del beach volley.

La ricerca del lavoro nell’era post-pandemia: nuove generazioni e Great Resignation

La ricerca del lavoro nell’era post-pandemia: nuove generazioni e Great Resignation

Torniamo indietro di qualche anno a quando la pandemia e le mascherine erano solo scene da film, l’idea di smart-working non era ancora entrata nelle nostre teste e recarsi a lavoro in ufficio era consuetudine giornaliera. Da allora molte cose sono cambiate nel giro di poco tempo. D’altronde un evento imprevisto e così dirompente non può che sconvolgere l’equilibrio a cui eravamo abituati. Trascorsi poco più di due anni dall’inizio dello stato di emergenza possiamo dire che si è assistito a una trasformazione progressiva non solo a livello aziendale ma anche sociale. Se da un lato le organizzazioni hanno dovuto adattarsi alle nuove esigenze, implementando nuove tecnologie e sistemi informatici, dall’altro si sono ridimensionate le priorità e i bisogni individuali.

Le conseguenze di tali cambiamenti sono visibili in diversi ambiti tra cui quello della gestione e ricerca del personale. Se la maggior parte dei dipendenti si è dimostrata favorevole a forme ibride in cui si alternano giorni di lavoro in presenza e altri da remoto, pensare di impiegare il personale sempre e solo in ufficio, oppure optare per una modalità di lavoro 100% a distanza, potrebbe scontentare una parte significativa della propria forza lavoro. (cfr. Alight Solutions). Ciò che è richiesto, oggi, è una flessibilità che permette di poter migliorare l’equilibrio vita-lavoro e le proprie prerogative personali.

Si è entrati nella così detta Great Resignation, iniziata negli Stati Uniti nel 2021, ed ora presente anche in Italia. Si tratta di un boom generale di dimissioni volontarie dovute a diverse cause tra cui la ricerca di uno stile di vita migliore e condizioni economiche più soddisfacenti. Nel nostro Paese, stando a quanto riportato dall’Aidp (associazione italiana direzione personale) il fenomeno interessa il 60% delle aziende e tra i settori più coinvolti ci sono quello informatico-digitale (32%), produzione (28%) e marketing e commerciale (27%). Le persone che intraprendono questa strada sono per lo più Millenials e giovani appartenenti alla generazione Z che cercano un impiego tale da poter soddisfare le loro esigenze e che sia in linea con i loro valori. Se in passato si ambiva principalmente al così detto “posto fisso”, adesso le aziende devono sapere comunicare con i loro dipendenti e tenere in considerazione nuovi elementi nel processo di selezione e reclutamento del personale. Ciò ha un riscontro rilevante nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro nel mercato, in particolar modo per i più giovani che cercano un impiego e per i datori di lavoro a cui è richiesto un interesse più profondo nei confronti dei propri collaboratori.

Secondo il già citato studio condotto dal Alight Solution intitolato “l’Era dell’HR Agile”, per la generazione Z e i Millenials sono 4 i fattori che determinano l’individuazione dell’impresa ideale:

  • Cultura aziendale allineata ai valori personali
  • Possibilità di ottenere lavoro ibrido
  • Accesso a un percorso formativo e di crescita (per il 30% è essenziale), anche nell’ottica di un possibile cambio di lavoro (il 25% lo mette in conto) e possibilità di far carriera (il 49% è disposto a licenziarsi in assenza di prospettive)
  • Trasparenza salariale (il 48% lo richiede)

Il motivo per cui ultimamente si è assistito ad un aumento delle dimissioni da parte dei giovani impiegati può derivare dal fatto che spesso le aziende non sono riuscite ad intercettare questi trend trascurando i desideri di autorealizzazione e di crescita personale.

Una delle sfide più ardue che gli HR si troveranno ad affrontare sarà proprio quella di riuscire ad attrarre e trattenere i talenti partendo da un’approfondita analisi della situazione organizzativa. E’ necessario sapere realmente ascoltare i dipendenti, chiedersi se ciò che fanno sia in linea con i loro ideali e rafforzare valori, quali fiducia, comprensione e senso di appartenenza. Inoltre, essere in grado di valorizzare il loro operato è essenziale per creare un senso di soddisfazione personale.

La trasparenza aziendale come vantaggio competitivo

La trasparenza aziendale come vantaggio competitivo

Sul fatto che il mondo del fashion stia cambiando non ci sono dubbi. Tuttavia, sebbene molte imprese abbiano adottato un approccio direzionale in linea con le nuove prospettive, resta calda la questione riguardante la trasparenza aziendale che ultimamente sta diventando un caposaldo rilevante per il settore moda. Con questo termine si definisce la procedura, più o meno dettagliata, attraverso cui un’azienda decide di comunicare all’esterno tutte quelle caratteristiche e processi che determinano la creazione di un prodotto o servizio, nonché le iniziative e operazioni che si intendono intraprendere per raggiungere la mission di fondo. Non mancano a tal riguardo, riferimenti agli impatti ambientali che ne derivano così come agli interessi sociali rivendicati, quali diritti umani e pratiche di inclusività. All’interno dell’industria del fashion, se in passato tale aspetto veniva posto in secondo piano e non sempre gli veniva attribuita una giusta considerazione, ora risulta essere un fattore determinante per ottenere un vantaggio competitivo all’interno del mercato.

Il consumatore è molto più sofisticato rispetto a qualche anno fa; è incline a conoscere con maggior precisione le caratteristiche del prodotto che acquista ed è più attento a considerare i risvolti positivi e negativi delle sue azioni. Infatti, la consapevolezza di contribuire indirettamente a ridurre, ad esempio, gli impatti ambientali con l’acquisto di un prodotto sostenibile, genera valore sia per l’azienda sia per il consumatore stesso. Questo comportamento più esigente e selettivo, ha portato le aziende a cercare di comunicare il proprio operato con un approccio più chiaro e trasparente mettendo in luce gli obiettivi e i risultati che vengono raggiunti. Ciò determina un incremento dell’engagement tra l’organizzazione e il cliente che può effettuare un acquisto più cosciente sulla base delle informazioni che riesce a reperire.

Dalla tragedia di Rana Plaza avvenuta nell’aprile del 2013, che mise in luce le pessime condizioni in cui i lavoratori erano sottoposti, diverse iniziative e miglioramenti sono stati intrapresi dall’industria del fashion affinché i diritti umani venissero tutelati e ci fosse una maggiore trasparenza lungo l’intera supply chain. Per incentivare i grandi brand a divulgare una maggiore credibilità e confrontare i diversi livelli di trasparenza, è stato creato il Fashion Trasparency Index che nell’ultimo report del 2021 (cfr. Fashion Revolution) ha analizzato il grado di trasparenza di 250 grandi marchi e rivenditori sulla base di alcuni indicatori raggruppati in 5 macro-aree:

  • Policies and commitments
  • Governance
  • Supply chain traceability
  • Know, show e fix
  • Spotlight sulle azioni messe in atto in risposta al covid-19.

(Per vedere la classifica dei brand clicca qui)

Lo scopo non è solo quello di rendere più consapevole l’acquisto che si sta facendo, ma anche promuovere un senso di attivismo che salvaguardi i diritti umani di tutte le persone coinvolte nel processo produttivo. Come afferma il report, la mancanza di trasparenza comporta l’incapacità di adottare tempestivamente misure di intervento contro gli abusi nei confronti dei soggetti coinvolti e del pianeta. È bene ricordare, infatti, che trasparenza non significa sostenibilità ma che quest’ultima è raggiungibile solamente attraverso una nitida e comprensibile comunicazione degli impatti sociali e ambientali.

Spesso, parte del problema risiede a monte della catena produttiva che risulta essere complessa e opaca in quanto emergono squilibri tra i compratori e i fornitori e forme di sub-contratto possono compromettere la salute dei lavoratori. Infatti, secondo l’indagine condotta dal Fashion Revolution, sebbene il 62% dei brand intervistati mette in evidenza gli impatti ambientali delle operazioni a valle della filiera, essi non mostrano questi dati a livello di tutta la catena di approvvigionamento, dove si verificano circa l’80% delle emissioni. Altra questione importante, riguarda il fatto che quasi tutti i brand (99%) non rilevano il numero di lavoratori a cui non viene garantito un salario sufficiente per vivere nel proprio Paese. Si tratta, in particolare, di persone provenienti da Bangladesh, India, Cina e Indonesia che sono occupate nella fase di manodopera.

Cosa si può fare, allora, per evitare di alimentare un tale sistema e raggiungere un grado più elevato di trasparenza? Come prima cosa, ci deve essere un reciproco impegno tra il consumatore e l’azienda: ciò che può fare il primo è effettuare un acquisto più consapevole sulla base delle caratteristiche del prodotto in questione, mentre spetta al secondo provvedere a comunicare tali informazioni. Per facilitare questo interscambio, risulta efficace adottare un sistema di tracciabilità delle varie fasi produttive basato sull’utilizzo della blockchain (qui il nostro articolo a riguardo) che può garantire maggiore chiarezza ad ogni livello della catena di produzione fino al consumatore finale. L’Onu stessa è pronta a promuovere una forma di tracciamento da utilizzare come modello per tutte le imprese. (cfr. A global call for full supply chain transparency in the clothing sector).

Ulteriore strumento importante che si sta sviluppando è il così detto passaporto digitale messo a punto da Federico Marchetti (fondatore di Ynap) che, durante il G20 di Roma, insieme ad altri componenti della Fashion Taskforce, ha presentato la nuova iniziativa con lo scopo di fornire al cliente la storia del prodotto che si acquista. Si tratta di delineare in che modo i capi vengono realizzati, come sono stati distribuiti e che tipo di trattamento è stato eseguito. In tal modo, si avrà una visione più completa e veritiera di ciò che si indossa facilitando, di conseguenza, lo sviluppo di un’economia più sostenibile. Similmente, la Responsible Business Coalition, Accenture e Vogue, sta sperimentando l’introduzione di un logo digitale nei siti web da poter poi essere applicato anche sulle etichette stesse dei prodotti fisici che mostra, cliccandoci sopra i criteri ambientali o etici che l’indumento soddisfa (cfr. Impact Index, Vogue).

Se da una parte, come afferma lo studio condotto dal Global Luxury Brands Survey Report, il 70% dei brand analizzati prevede di migliorare i profitti nei prossimi due anni, è bene tenere presente che oltre alle entrate, un fattore determinante sarà rappresentato proprio dal grado di trasparenza aziendale riguardante le politiche, le pratiche e gli impatti a livello ESG (Environmental, Social and Governance).

Moda e tecnologia tra Sostenibilità e Innovazione

Moda e tecnologia tra Sostenibilità e Innovazione

Al giorno d’oggi, parlare di sostenibilità all’interno del settore moda è diventato un must e per quanto l’argomento possa cadere in considerazioni retoriche e ridondanti, trattare certe tematiche permette di aumentare la consapevolezza e far sì che, questa,  sia messa al servizio dei nostri comportamenti e scelte di acquisto. Spesso, tale tema è accompagnato dal concetto di innovazione inteso come processo capace di combinare determinati fattori esistenti per realizzare un prodotto che, in questo caso, risulti avere un basso impatto ambientale. Il legame tra sostenibilità e innovazione è dato dall’utilizzo di tecnologie che, progressivamente, stanno diventando parte integrante dell’industria fashion giocando un ruolo chiave negli sviluppi logistici e produttivi.

Si è introdotto, così, il termine moda sostenibile facendo riferimento a un cambiamento di paradigma che pone l’attenzione sia all’aspetto sociale sia a quello ambientale. Si tratta, fondamentalmente, di riuscire a garantire un’economia circolare basata sul riutilizzo dei prodotti, sulla riduzione degli sprechi e sulla salvaguardia delle condizioni lavorative dei dipendenti lungo la filiera. Ma perché è necessario promuovere un tale sistema e perché è importante che ognuno di noi sappia cosa sta indossando? La risposta è facilmente intuibile se si osservano i dati relativi all’inquinamento prodotto dall’industria moda considerata uno dei settori più allarmanti dal punto di vista dell’ impatto ambientale.

Stando a quanto riferito nel report “The State of Fashion 2022”, ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, la maggior parte dei quali sono inceneriti o smaltiti in discarica. Indumenti fabbricati con poliestere e altre fibre sintetiche sono fonte di microplastiche che rappresentano una grave minaccia per la vita marina. Le conseguenze sono emissioni di CO2 pari a 2,1 miliardi di tonnellate l’anno che rendono il settore responsabile del 4%-10% delle emissioni globali annuali. Se si pensa poi, alla fase di produzione, risulta ben chiaro quanto sia necessario un interesse da parte di ognuno di noi a riguardo. Durante la fase di tintura tessile, ad esempio,  l’acqua utilizzata viene spesso scaricata in fossati, torrenti o fiumi contribuendo al loro inquinamento.   Per produrre una maglietta di cotone, si stima che ci vogliano 2700 L di acqua, l’equivalente di ciò che beve una persona in due anni e mezzo. Per un paio di jeans si arriva a oltre 9000 L. Questi numeri ci possono dir poco ma sono cruciali per l’ambiente in cui viviamo e le conseguenze che ne possono derivare, a causa di un mancato intervento, non saranno di certo piacevoli. Siamo ancora in tempo, allora,  per non cadere nel baratro di una via senza ritorno? Forse.

Negli ultimi anni, grazie a una maggiore sensibilizzazione dei consumatori verso tematiche green e sociali, diverse imprese del settore moda hanno ridimensionato le loro prerogative in un’ottica più sostenibile cercando di ridurre gli effetti negativi. Un recente sondaggio condotto da una società svizzera che ha coinvolto circa 10 000 consumatori appartenenti alla generazione Z e ai millennial, ha rilevato che l’80% degli intervistati è intenzionato a comprare solo prodotti sostenibili o almeno quanti più possibili (cfr. Bloomberg). Ulteriore spinta è stata data dagli obiettivi che i governi si sono posti per sanare l’emergenza climatica e per promuovere un’economia circolare. Durante l’ultimo incontro COP26 tenutosi a Glasgow lo scorso novembre, 130 aziende (tra cui Stella McCartney, Burberry, H&M Group, Adidas, il gruppo Kering, Chanel, Nike ) e 41 organizzazioni di supporto hanno dichiarato il loro impegno a dimezzare le emissioni entro il 2030, e a ridurle a zero entro il 2050 (cfr. The State of Fashion 2022).

Oltre a incoraggiare l’uso di materiali come il cotone organico, il poliestere riciclato (quest’ultimo permette un risparmio di energia del  60%) e fibre di nylon provenienti dalle reti da pesca, diverse tecnologie si stanno sviluppando per agevolare pratiche sostenibili. A fungere da driver di questo cambiamento ci sono diverse start-up innovative che stanno cercando di trovare delle metodologie per convertire scarti di materiale organico, derivanti da industrie agricole e alimentari, in nuovi tessuti. Ne sono un esempio alcune aziende del Made-in Italy che riescono a realizzare fibre simili alla cellulosa dalle bucce di arancia e tessuti dall’intreccio di fili di seta tinti con i fondi del caffè. Un’interessante iniziativa è portata avanti dal progetto di ricerca industriale Tex – Style che, insieme all’ente Enea e al centro ricerche Fiat, sta progettando un materiale hi-tech utilizzando fibre di carbonio riciclato. Il prodotto finito è destinato ad un abbigliamento tecnico ma anche all’arredamento (cfr. Tessuti da fibra di carbonio riciclata). Ulteriore soluzione si sta sviluppando per la fase di smaltimento del cotone per cercare di trasformarlo in catene di zuccheri e successivamente in bioetanolo introducendo una nuova energia nel ciclo produttivo.

E’ evidente come la contaminazione tra moda e tecnologia rappresenti una fase di progresso verso un sistema economico e sociale più sostenibile. Tuttavia, per poter raggiungere tale sistema sono necessarie risorse finanziarie che permettono di sviluppare su larga scala queste innovazioni. Il contributo che può dare ognuno di noi, a livello di singola persona,  è acquistare di meno, preferibilmente prodotti locali, di seconda mano, e utilizzare il capo il più a lungo possibile. Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che le persone tendono a non indossare più un vestito dopo solo 10 volte che lo hanno usato (cfr. Bloomberg). Inoltre, conoscere in dettaglio il prodotto che si sta acquistando ci permette di capire la provenienza dei materiali e come questi sono stati trattati. Per garantire queste informazioni è necessario incrementare sistemi di trasparenza e tracciabilità.

Noi di MAS, da sempre, ci impegniamo a sostenere e aiutare le imprese che abbracciano pratiche di sostenibilità e vogliono sviluppare modelli di business circolari. Riteniamo che la valorizzazione dei prodotti locali del Made-in-Italy realizzati secondo criteri di eticità e trasparenza sia fondamentale per promuovere un consumo consapevole.

L’ecologista G. Hardin nel suo articolo “The tragedy of the commons” (1968) , affermava citando Hegel: “Freedom is the recognition of necessity” intendendo con queste parole che noi, in quanto società, dobbiamo riconoscere che certe nostre azioni possono portare a risultati indesiderati e che limitare le stesse non significhi limitare la libertà. Dunque, se indirizzare le nostre scelte verso un acquisto più consapevole ci può sembrare una minaccia al libero arbitrio, ricordiamoci che riconoscere la necessità di preservare l’ambiente circostante e garantire alle generazioni future le stesse risorse, è essa stessa una forma di libertà.

Nuovi incentivi 4.0 per le PMI

Nuovi incentivi 4.0 per le PMI

Grazie al programma europeo ReactUE, sono stati recentemente stanziali 678 milioni di Euro per sostenere gli investimenti delle PMI italiane nella realizzazione di progetti innovativi legati alle tecnologie 4.0: sostenibilità, economia circolare e risparmio energetico. Le misure adottate sottoforma di incentivi riguarderanno per gran parte il tema dell’ammodernamento degli impianti attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie che, oltre a incrementare la produttività e migliorare la sostenibilità ambientale, dovranno favorire sviluppo, innovazione e occupazione.

Il primo provvedimento in cantiere è infatti un nuovo Bando focalizzato sugli investimenti 4.0, che si rivolge alle PMI del manifatturiero e dei servizi che operano e intendono continuare ad operare in Italia. Le agevolazioni sono concesse sotto forma di contributo per immobilizzazioni materiali o immateriali ammortizzabili, e copriranno dal 25% al 60% delle spese delle PMI italiane per progetti di implementazione tecnologica, con differenze su base regionale nonché sulle dimensioni aziendali.

I progetti agevolabili devono esser volte all’ampliamento della capacità produttiva, alla diversificazione della produzione, al cambiamento fondamentale del processo di produzione, o alla realizzazione di una nuova unità produttiva, attraverso l’utilizzo di tecnologie abilitanti individuate dal piano “Transizione 4.0”:

  • manifattura avanzata: tecnologie per gestire macchine, impianti e sistemi che si possono connettere tra loro e permettere il controllo da remoto;
  • manifattura additiva: creazione di oggetti fisici tridimensionali a partire da un modello digitale;
  • realtà aumentata o assistita: scenario in cui le attività umane sono supportate da tecnologie che permettono l’integrazione in tempo reale con informazioni in diversa forma (grafica, sonora, testuale…);
  • integrazione logistica: digitalizzazione lungo tutta la catena del valore al fine di creare un flusso automatizzato efficiente ed efficace, monitorabile in modo accentrato;
  • IOT: sistema di dispositivi “intelligenti” in grado di comunicare ed interagire tra loro e con il mondo circostante, attraverso Internet e con protocolli standard;
  • sistemi Cloud: sistemi di gestione delle informazioni e/o dei software in ambiente virtuale e tramite Internet;
  • simulazione cyber-fisica: sistemi digitali (di dati o grafici) in grado di simulare, testare e ottimizzare i processi prima ancora della realizzazione fisica di un prodotto;
  • cybersecurity: sistemi di sicurezza delle reti dati;
  • Big Data: tecnologie e pratiche per la raccolta e l’analisi di grandi moli di dati;
  • blockchain: tecnologie digitali a registro condiviso che permettono la validazione di transazioni e informazioni;
  • Intelligenza Artificiale: tecnologie digitali in grado di apprendere, rettificare e pianificare automaticamente il loro comportamento in base a fattori esterni o dati raccolti (es. “machine learning”).

Le spese ammissibili per ogni singolo progetto, che possono arrivare sino a 3 milioni di Euro, potranno essere relative relative a:

  • macchinari, impianti e attrezzature;
  • opere murarie;
  • programmi informatici e licenze per l’uso di macchinari;
  • acquisizione di certificazioni ambientali;

La presentazione delle domande avverrà attraverso la procedura a sportello. MAS Management Network è disponibile per supportare le PMI che hanno la volontà di intraprendere progetti di rinnovamento industriale in ottica 4.0, guidandole nella presentazione della domanda di incentivo.

Cosa aspettarsi per il settore Fashion nel 2022

Cosa aspettarsi per il settore Fashion nel 2022

A pochi mesi dalla sua pubblicazione, il report intitolato “The State of Fashion” prodotto da McKinsey & Company insieme a BOF (Business of Fashion), rivela l’andamento globale del settore moda, mettendo in evidenza le prospettive future e i temi caldi che potrebbero caratterizzare il business di tale industria nell’anno appena iniziato. La ricerca è basata sulle testimonianze di oltre 220 manager d’azienda ed esperti del settore che hanno condiviso il loro pensiero a riguardo.

Giunti alla conclusione del secondo anno di pandemia che ha segnato una diminuzione consistente delle vendite (in particolare nel 2020 si è registrato un calo di circa il 20%), si prevede, per il 2022, una progressiva ripresa economica per l’intero settore, con un aumento del 3%-8% delle vendite a livello globale rispetto al 2019.

Dal punto di vista geografico, secondo quanto afferma l’indagine, Cina e Stati Uniti rappresentano i leader di questa crescita mentre l’Europa registra un leggero ritardo in quanto dovrà aspettare il ritorno del turismo internazionale per poter accelerare il passo. Di conseguenza, la velocità di ripresa tra le varie nazioni sarà irregolare e ciò dipenderà non solo dalla presenza di sistemi sanitari ed economici resilienti ma anche dalla capacità dei manager di saper esaminare con attenzione le nuove opportunità di investimento e sfruttare i nuovi trend di mercato che a seguito del covid -19 sono mutati. Richiamando il concetto di “distruzione creatrice” dell’economista Schumpeter, è richiesto un processo di rinnovamento sulla base dell’attuale contesto circostante. Questioni riguardanti tematiche sociali e ambientali come la disparità di genere, l’inclusività e la sostenibilità continueranno ad essere dei punti fondamentali per le imprese del fashion. Molti brand cercheranno di indirizzarsi verso un modello di business circolare in grado di ridurre il più possibile gli sprechi e allungare il ciclo di vita del prodotto.

Altra opportunità di crescita rimarrà il digitale, che ha visto un incremento degli utenti nel mondo del gaming e nell’utilizzo della realtà virtuale. Allo stesso modo, le app di e-commerce avranno un ruolo importante per le vendite ed il marketing; di pari passo, poi, vi è il tema della sicurezza informatica contro eventuali attacchi di hacker.

Una sfida più difficile riguarda le pressioni sulla supply-chain che per il 67% degli intervistati causerà un aumento dei prezzi retail del 3%, mentre per il 15% comporterà un incremento dei prezzi più del 10%. Ciò è dovuto alla complessità del sistema di approvvigionamento, ad un aumento dei costi di spedizione e delle materie prime che comportano la necessità di costruire una catena di fornitura all’avanguardia e flessibile. L’impossibilità di poter viaggiare senza alcune limitazioni a livello internazionale che, come afferma il report, sarà prevista nel 2023/2024, ha ridimensionato in parte il concetto di lusso portando le grandi imprese a porre maggiori attenzioni ai consumatori locali in un’ottica di ciò che viene definito “domestic luxury”. Infatti, diversi sono i brand che si sono adattati alle esigenze e culture locali dei consumatori per costruire una relazione significativa con loro. Di conseguenza, potrebbero essere necessarie nuove strategie di marketing caratterizzate da eventi in grado di rafforzare la community e un mix di merce volto a soddisfare sia i gusti domestici sia quelli dei turisti in arrivo.

La creatività insieme al design saranno gli elementi primari che guideranno il coinvolgimento con il consumatore. È quanto afferma Stefan Larsson, amministratore delegato di PVH corporation secondo cui, nel 2022, sarà proprio la creatività stessa ad essere fattore di differenziazione. Similmente, lo studio di design Tiffany Hill crede che “vedremo più dettagli sui capi e saranno questi ad aggiungere valore a un prodotto”.

Sullo sfondo di questi temi vi è, poi, la ricerca del personale e, in particolar modo, la capacità da parte delle aziende di sapere individuare e trattenere i talenti. Quella delle risorse umane risulta essere una sfida ardua e complessa dal momento che il capitale umano resta la base fondamentale per lo sviluppo di un’azienda. Le imprese del settore moda devono mantenere un certo livello di competitività nel mercato, migliorando le condizioni lavorative dei dipendenti e facendo attenzione ai loro bisogni ed esigenze. Stando alle parole di Caroline Pill, responsabile presso Kirk Palmer Associates, i dipendenti sono per lo più attratti da fattori che si riconducono al chiedersi “quale è il mio impatto all’interno dello schema aziendale?”.

Si tratta di identificare il livello di significatività (“psychological meaningfulness”) che il lavoratore percepisce, cioè la consapevolezza del contributo del proprio lavoro nel perseguimento degli obiettivi dell’organizzazione. A fianco di ciò, sarà cruciale per quest’ultima dimostrare i propri valori e la propensione verso una responsabilità sociale al fine di poter attrarre nuove generazioni di talenti. Aziende che, fino ad oggi, hanno fatto affidamento sul fascino intrinseco del settore e sul potere del brand in questione, devono incrementare gli sforzi in modo tale che i dipendenti siano apprezzati e valorizzati per ciò che fanno.  Per rendere più efficace la ricerca ed essere più competitivi, sarà necessario utilizzare strumenti di selezione all’avanguardia e dedicarsi con maggiore impegno a pratiche di employer branding.

Negli anni a venire, aziende che non dimostrano un rinnovamento e uno slancio verso il cambiamento potrebbero non essere più attrattive nel mercato, mentre risulteranno vincitrici coloro che riescono a intraprendere azioni in linea con i nuovi trend e sapranno dialogare a fondo con i propri dipendenti e con i soggetti esterni.